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CASTA CHIUSA

DOMENICO NORDIO, OFFICIAL WEBSITE
Published by in ARTICOLI · 8 September 2019
Ho visto un pezzo di Sanremo, sì: sono un “musicista classico” e, incredibile, ma vero, ho visto Sanremo.

Certo, avrei preferito alzarmi dal letto per andare ad ascoltare i concerti che laVerdi di Milano ha dedicato al grande Compositore, Maestro e Amico Fabio Vacchi, ma un male di stagione mi ha ripetutamente bloccato sull’uscio della camera di albergo e le serate sono andate così. A me il Festival non ha sortito effetto particolare e l’ho guardato così come avrei guardato una replica di Spazio 1999 su YouTube (telefilm che ad un certo punto ho effettivamente usato quale calmante per i dolori che si erano intensificati e che, come sempre, mi ha fatto addormentare). Bocelli mi è piaciuto (e Bocelli junior è un carismatico da paura), il Volo anche; personalmente avrei fatto vincere Ultimo, ma amen. Cari colleghi “musicisti classici”, ora concedetemi una piccola considerazione, tanto per dire.

Ho letto moltissime critiche preventive sul Festival, da noi scritte con la puzza sotto il naso (con i social a veicolarle senza filtro, come sempre), espresse per non voler “uscire dal coro”, condizionate dalla visione della vita tipicamente ristretta di chi ritiene che l’unica forma di “intrattenimento canoro” possibile sia quella degli immensi compositori del passato (ok, trattasi di deformazione professionale, ma ci si può rilassare anche ascoltando Federica Carta, mica è sempre necessario che i brani siano dei capolavori).

E vada.

Sono rimasto impressionato dalla cattiveria con la quale ci siamo accaniti contro i poveri cantanti: è vero, molti sono dei burattini usa-e-getta in mano a discografici-squali e a produttori televisivi sordi, ma credo che, poveracci loro, da “vittime” non meritino di essere impallinati (e mi riferisco in particolare ai giovani usciti dai talent che, tra l’altro, mi sono sembrati nettamente migliori della “vecchia guardia”). Avremmo dovuto immedesimarci: avranno festeggiato per essere stati scelti, avranno avuto una fifa pazzesca alle prove, la notte prima del debutto non avranno chiuso occhio, in diretta avranno avuto le gambe molli, la vista appannata e il fiato corto. Certo, esibirsi è il loro mestiere ed è sacrosanto che accettino tutte le critiche, anche quelle più feroci (lo sappiamo bene); magari sono dei raccomandati o sono stati semplicemente baciati dalla fortuna, chi lo sa.

Ma, cari colleghi che riteniamo che il mondo della musica classica sia senza macchia, in quanti siamo emersi grazie all'aspetto fisico, alla appartenenza religiosa o politica, alle amicizie altolocate, alle parentele influenti, agli amori di comodo bene introdotti? In quanti siamo stati burattini in mano a quei discografici che fino a qualche decennio fa facevano il bello e il cattivo tempo che manco Dio in terra? (I tempi sono cambiati e oggi alla musica classica che “produce concerti” quel mondo interessa molto meno). In tanti abbiamo suonato divinamente bene e per questo abbiamo meritato la fama, in tanti abbiamo suonato maluccio e non si capisce come possiamo essere stati sulla cresta dell’onda, però io di critiche preventive nei nostri confronti non ne ho mai lette, anche se molte delle nostre storie erano note e lievissimamente scandalose.

Perché imbracciare impropriamente uno strumento per suonare Bach o Mozart va benissimo, calcare impropriamente il palco di Sanremo per una canzonetta è una vergogna: tipico giudizio da casta chiusa destinata all’estinzione (la casta eh, non la Musica classica che le sopravviverà, per fortuna).

© ARCHI MAGAZINE, 2019


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