IL LIBRO NERO DI UNO STRIMPELLATORE - DOMENICO NORDIO, OFFICIAL WEBSITE

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IL GIUDIZIO

DOMENICO NORDIO, OFFICIAL WEBSITE
Published by in IMPRESSIONI · 8 September 2019
Al rientro in conservatorio mi va di dire ai miei pargoli di pensarci bene: la carriera del concertista è la più schifosa che ci sia. E occhio, non parlo dello stress da palcoscenico, che di suo dovrebbe essere compensato dal piacere di starci, in quel palcoscenico, mi riferisco a tutto quello che dovrebbe essere accessorio e invece diventa determinante.

In tanti mi dicono che tutte le carriere a loro modo fanno schifo. Volete indicarmene una nella quale in qualsiasi momento si sia sottoposti ad un giudizio che non è fondato su dati oggettivi? È evidente, dai. L’avvocato si valuta dalle cause vinte, il commercialista dalla capacità di trovare soluzioni efficaci ai problemi fiscali; un politico è capace quando raccoglie voti (solo quello, purtroppo), un manager quando presenta dei bilanci in attivo; il calciatore è bravo quando segna i goal, il costruttore edile quando costruisce case solide a buon prezzo.

E il musicista? Quand’è che il musicista è bravo? Quando non sbaglia le note? Quando è comunicativo? E cosa significa essere comunicativo? E non si può essere comunicativi anche quando le note sono sbagliate? Ecco allora che la nostra carriera fa più schifo delle altre perché si basa solo sul soggettivo. Una volta un direttore artistico di un teatro mi ha detto che non mi avrebbe più invitato perché non avevo indossato il frac (parlo di decenni fa) e non ha più nemmeno voluto sentire il mio nome. È forse il vestito indossato un dato oggettivamente discriminante? No, perché ad un altro direttore artistico magari il frac piace poco perché mise fuori dal tempo (ne conosco tanti che la pensano così).

Il problema vero è che le valutazioni del tutto soggettive poi incidono pesantemente sulla attività di palcoscenico (e sulla sopravvivenza stessa del concertista). E allora si capiscono i tanti atteggiamenti lievissimamente ributtanti che moltissimi concertisti adottano per cercare di galleggiare: sottomissione ai potenti, musicisti e non (ai limiti della prostituzione), ricerca del consenso attraverso l’appoggio dei mezzi di comunicazione (e chi ha parenti altolocati nel campo parte decisamente avvantaggiato: non faccio nomi, basta googlare per scoprire i vari altarini); utilizzo di beni economici, per costruire fama fittizia, noleggiando sale, comprando la pubblicazione di CD (i famigerati “musicisti con la valigetta”: incredibile, ma vero, la definizione è di un discografico), investendo su eventi tenuti a titolo gratuito (rovinando il mercato a tutti gli altri); presenzialismo ossessivo ai concerti dei colleghi con la speranza di incrociare anche solo distrattamente lo sguardo benevolo dei dirigenti artistici e ricordare loro che esisti; appiattimento sulle posizioni dominanti (politiche, ma non solo) e terrore nell’esporre delle idee contrastanti o scomode; pratica metodica del pettegolezzo quale arma impropria per liberare il campo da potenziali avversari; e via via via dicendo (inutile elencare tutte quelle dinamiche che sono ben note anche solo a chi gravita attorno al mondo musicale, inutile). Per ottenere cosa? La certezza di durare nel tempo? La salvaguardia di stomaci e fegati?

Eddai.

E allora, cari pargoli, da deficiente di un certo successo che si è ritrovato in mano il violino quasi senza accorgersene (“di successo” non perché sia particolarmente capace, ma perché di musica riesce a mangiare lui e mangia la sua famiglia, bene o male), vi chiedo: vale davvero la pena? Una volta una vostra collega mi ha detto che non aveva voglia di perfezionarsi troppo perché tanto non avrebbe sopportato una vita piena di incertezze e da allora la studentessa è diventata uno dei miei miti.


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